Per quasi tutta la nostra Storia di esseri umani, siamo stati vicini a ciò che ci occorreva per nutrirci: piante selvatiche e cacciagione prima, bestiame e campi poi, con la comparsa di agricoltura e allevamento. Era un rapporto anche visivo, che permetteva di accertarsi della provenienza e della qualità di ciò che mangiavamo. Le città hanno in qualche modo spezzato questo legame, ma il processo è stato lungo; basti pensare che, fino a quando non sono intervenute nuove norme igieniche nel XIX secolo, il bestiame veniva di norma abbattuto in mattatoi urbani, dopo aver sfilato per le strade così che tutti ne potessero constatare lo stato di salute. Oggi gran parte della popolazione mondiale vive in città, ma non abbiamo smesso di desiderare di seguire da vicino ciò di cui ci nutriamo, come dimostra l’attenzione per gli orti urbani. E se da un lato consumiamo spesso alimenti venuti da lontano, sia la tradizione che la sostenibilità ci richiamano all’esigenza di un chilometro ‘vicino allo zero’. D’altra parte, però, rispondere ai bisogni di una città vuol dire far convergere su di essa grandi quantità di beni alimentari. Come fare a nutrirci tutti, in maniera sempre più sana e sostenibile?